IL NOSTRO PROGETTO SPRAR MINORI SU DAILYSTORM


ECCO L’ARTICOLO USCITO SUL DAILYSTORM CHE PARLA DI NOI

 

Reportage | Tra i richiedenti asilo, molti sono minori e non accompagnati. Soli in un Paese che non conoscono. Ma per loro esiste un’alternativa alle strutture d’accoglienza. Siamo andati a scoprirla, nel Comune più a nord del Lazio

Servono famiglie, ma “professionali”
Così a Rieti l’integrazione funziona
18 NOV 2014 di CHIARA CACCIOTTI

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Ogni bambino ha bisogno di una famiglia. Ogni richiedente asilo ha bisogno di una comunità. Se poi i due status combaciano, magari nella scomoda etichetta di “minore straniero non accompagnato”, allora servono entrambe. Ma metropoli e grandi città, con i loro affollati centri d’accoglienza, possono rivelarsi terre di ostacoli più che di opportunità. Lo sa bene l’Arci di Rieti, che 7 anni fa ha aderito al progettoSprar e ha dedicato buona parte delle sue energie per costruire un’alternativa all’anonimia delle grandi strutture per migranti. L’ha fatto pensando soprattutto a loro, a chi arriva in Italia senza genitori o adulti su cui poter contare. E che per questo ha bisogno di una vera e propria “Comunità Educante”.

Si chiama proprio così il progetto che vi raccontiamo, realizzato con il Comune di Rieti a partire dal 2013. Una proposta ambiziosa, che punta all’inserimento nel tessuto sociale e lavorativo italiano, oltre al soddisfacimento dei bisogni più essenziali, all’interno di un percorso che porta gradualmente i minori alla gestione autonoma della propria vita, alla cura di sé e della propria casa. Il tutto avviene in due appartamenti in semi autonomia, dove più di dieci ragazzi dai 16 anni in su vivono assieme e sono costantemente seguiti da operatori e tutor, tra cui ex beneficiari dei progetti Sprar ormai adulti.

Nel gennaio 2014 è poi partita una nuova sperimentazione, quella delle Famiglie Professionali. Ci spiega come funziona Valeria Patacchiola, presidente dell’Arci di Rieti e tra le principali coordinatrici del progetto. «Il Comune ha pubblicato un bando per chi volesse accogliere in casa un minore straniero non accompagnato. Tre famiglie hanno deciso di aderire, due sono state selezionate e attualmente abbiamo 4 ragazzi coinvolti in questo progetto, tutti richiedenti asilo». I criteri di assegnazione sono fortemente individualizzati. «Se un ragazzo, ad esempio, è sul territorio già da un po’ e sa bene l’italiano, probabilmente andrà in semi autonomia. Per chi è appena arrivato in Italia, non conosce la lingua e magari soffre di particolari problemi di salute, è previsto l’affidamento in famiglia».

Nonostante la normativa italiana preveda che i minori debbano essere ospitati solo in strutture di tipo familiare (dalle case famiglie in su), molti di loro si ritrovano in centri collettivi assieme ad altrecentinaia di persone. Proprio nella fase della loro vita in cui dovrebbero essere maggiormente indirizzati e seguiti. Una dinamica alienante da cui, secondo l’Arci di Rieti, si può uscire grazie a un modello come quello delle Famiglie Professionali. «Può sembrare un’idea assurda ospitare in casa degli sconosciuti con dei trascorsi così difficili. Ma i risultati finora sono stati decisamente positivi».

«In questo modo i ragazzi hanno delle figure di riferimento stabili, persone presenti h24 che si occupano di tutto, dalla scuola alle visite mediche − spiega Patacchiola − Insomma, una via di mezzo tra una vera famiglia e degli operatori specializzati». Entrambe le coppie aderenti al progetto hanno un educatore di riferimento, che possono chiamare a ogni ora e per qualsiasi problema. C’è poi un mediatore, per quelli che all’inizio non sanno l’italiano, e una volta a settimana la psicologa va a fargli visita. «Spesso diventa anche un momento conviviale, si stringono amicizie e ci si ferma a cena».

Non da ultimo, una famiglia che conosce la realtà del proprio territorio ha un ruolo fondamentale nel percorso di inserimento lavorativo. Da febbraio-marzo è partito anche un progetto di orto sociale, nella storica piana reatina. Grazie alla collaborazione con un’azienda agricola e una comunità di recupero per tossicodipendenti, i ragazzi maggiorenni possono svolgere dei tirocini formativi e dare una mano al gruppo d’acquisto solidale.

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E se la famiglia dovesse cedere? «Per scongiurare questa eventualità abbiamo lavorato molto, in modo forse anche un po’ paranoico». Già, perché prima di reputare una famiglia idonea al progetto ci sono diversi gradini da scalare. Primo tra tutti un piccolo corso di formazione, indispensabile quando si ha a che fare con dei richiedenti asilo. Le valutazioni dell’équipe di operatori e psicologi si estendono poi anche ai parenti più stretti, per accertarsi che la scelta sia condivisa unanimemente.

Eppure una comunità, per prendersi veramente a carico una questione così delicata, ha bisogno di casi concreti. Mariella e il suo compagno, una delle due famiglie aderenti al progetto, ne sono un esempio. Lei italiana, convertitasi all’Islam, lui egiziano, con un passato alle spalle non molto diverso da quello dei ragazzi. A febbraio hanno accolto il più grande, originario della Sierra Leone, mentre il secondo, gambese, è con loro da agosto. Una storia unica la loro, sebbene le coppie miste non siano più un caso così singolare nel nostro Paese. «Ci siamo subito sentiti a nostro agio. È stato un processo tranquillo, quasi fisiologico. Avevamo già una panoramica del problema, anche se con i minori ovviamente è diverso, perché devi dargli un’impronta, indirizzarli, educarli». Nonostante lo spaesamento iniziale, i ragazzi pian piano si sono inseriti bene. «Pure troppo!», ha ammesso lei ridendo.

Anche la solidarietà da parte di amici e parenti è stata a dir poco immediata. «Non abbiamo avuto problemi ad inserirli nel nostro vissuto, tutti i nostri familiari si sono affezionati. Li ho presentati alle mie colleghe, e anche le mie figlie ne sono molto contente. Pensate che quando è arrivato il secondo temevano che mandassero via il più grande!». Insomma, nessuna gelosia da parte dei parenti “di sangue”, anche se per gli “acquisiti” il discorso all’inizio è stato leggermente diverso. «Quando è arrivato il più piccolo si sono innescate dinamiche tipicamente familiari, come quella dell’invidia tra fratelli. Ma per noi non è stata altro che una conferma che la cosa funziona», ci hanno confessato sia la coppia che Valeria Patacchiola.

Per partecipare a tutti gli effetti, le famiglie devono accreditarsi presso il Comune ed essere giudicate idonee. Subito dopo la palla passa all’Arci e ai servizi sociali, che decidono dove destinare i ragazzi. Ogni famiglia può accogliere un massimo di due minori e per un periodo che può andare dai 3 ai 9 mesi: subito dopo, il ragazzo verrà spostato in semi autonomia. Una catena che coinvolge sia lo Sprar, a livello nazionale, che il Comune di Rieti e l’Arci, a livello locale. E gli intralci non mancano. «Questo progetto purtroppo si è infilato in un ginepraio di beghe burocratiche», ci racconta Valeria. «Non abbiamo avuto i tempi per chiedere delle convenzioni e aiutare economicamente anche le famiglie. Eppure non si sono mai tirate indietro. Tutto questo dà ancora più valore al loro lavoro. È come se avessimo trovato degli operatori in più».

La collaborazione tra i neogenitori e l’équipe è stretta, ma non assillante. «Ci cercano poco e solo quando ci sono dei problemi, per il resto vivono come una famiglia, beneficiando di tutti i rapporti che questo comporta. Se penso alla parola integrazione, penso esattamente a questo». Anche perché i ragazzi, in quanto tali, sono senza dubbio più inclini al cambiamento culturale e ambientale. «Delle loro tradizioni si portano veramente poco — continua Mariella — se non la religione (musulmana) e ilrispetto per la famiglia». Anche qui gli aneddoti non mancano. Il più piccolo, ad esempio, rispetta il grande come fosse davvero suo fratello maggiore. Si è perfino rifiutato di tagliarsi i capelli come Balotelli perché la sua famiglia, se lo avesse visto, non avrebbe mai approvato. «Non voleva andare a scuola di pomeriggio perché gli si accumulavano tutte le preghiere. Un giorno si è portato dietro iltappeto, ha parlato con gli insegnanti e alla fine è riuscito a farsi dare il permesso per pregare lì. Da quel momento in poi, tutti i suoi compagni di classe musulmani l’hanno seguito».

Un’integrazione perfettamente riuscita, ma non semplice da costruire. I ragazzi entrano a contatto con aspetti del tutto assenti nella cultura d’origine, come quello dell’adolescenza. Sì, perché l’idea di passare un’età di mezzo in cui non si è né bambini né adulti, per quanto possa sembrarci banale e scontata, è squisitamente occidentale. «Nei nostri Paesi e alla loro età siamo già adulti» conferma il compagno di Mariella. Senza contare che, dopo viaggi strazianti ed esperienze dolorose, accettare regole come il coprifuoco o l’obbligo di andare a scuola tutti i giorni non è certo così scontato. «Me lo dicevano spesso all’inizio, “all’età mia io sono sposato con figli”. Anche per questo gli risulta così strano non poter uscire da scuola quando vogliono». «Per molti di quelli che arrivano l’Italia è sinonimo di libertà. Ma non è così, qui si devono rispettare le regole dei più grandi. Anche io sono venuto dall’Egitto che ero giovane, a 22 anni. Ero un uomo già da un pezzo, nel mio Paese. Qui sei praticamente un bambino fino a 25 anni, a volte 30. Da noi non esiste una cosa simile: o sei un bambino o sei un adulto».

Fatto sta che Mariella e il suo compagno non si sono pentiti della loro scelta. Anzi, la ripeterebbero e consiglierebbero ad altre famiglie, che timidamente stanno iniziando a contattare l’Arci per chiedere informazioni. Il progetto è arrivato decimo nell’ultima graduatoria nazionale dello Sprar per la qualità della proposta. Perché per un minore non accompagnato trovare una famiglia non vuol dire soltanto avere vitto e alloggio assicurato, ma anche qualcuno che si faccia carico di ogni sua preoccupazione e si prenda cura di lui. Garantendogli quantomeno un po’ di quel calore umano che situazioni più grandi gli hanno strappato via. E in un momento storico come questo, con i flussi in aumento e i centri d’accoglienza sempre più saturi, se non ci pensano le comunità e i piccoli centri, forti del loro radicamento sul territorio, è difficile che lo facciano appieno le istituzioni.

“Ci vuole un villaggio intero per educare un bambino”. Dicono sia un vecchio proverbio africano, ma poco importa la sua reale provenienza: oggi a Rieti è la realtà. O quantomeno si sta lavorando in quella direzione.